- Il crowdinvesting italiano tra 2025 e 2025
- Le piattaforme di crowdfunding in Italia
- Le ragioni del calo del crowdinvesting italiano
- Quali prospettive per il crowdinvesting in Italia
- Vuoi approfondire direttamente con i nostri esperti di crowdfunding l'argomento di cui stai leggendo?
- Hai bisogno di supporto per preparare una campagna di crowdfunding di successo e cercare potenziali investitori per il tuo progetto?
A luglio è uscito, come ogni anno, il report dell’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano che fotografa la situazione di equity, lending e debt crowdfunding in Italia.
Anche quest’anno il report rileva un calo del mercato che si conferma ormai una tendenza in atto, dato che si tratta del terzo anno consecutivo con segno negativo sempre più approfondito.
Il calo coinvolge quasi tutti i segmenti, ma non con la stessa intensità. L’equity crowdfunding continua a essere sostenuto dalle operazioni immobiliari, mentre le campagne dedicate alle altre imprese, comprese le startup innovative, sono scese ai minimi. Anche il lending crowdfunding registra i risultati più bassi degli ultimi cinque anni, mentre il collocamento di minibond attraverso le piattaforme resta un mercato marginale.
Per comprendere la portata di questa contrazione occorre quindi osservare separatamente i diversi strumenti, i settori finanziati, le società offerenti e l’evoluzione delle piattaforme. Solo in questo modo è possibile distinguere le difficoltà congiunturali dai problemi strutturali che stanno riducendo la capacità del crowdinvesting in Italia di attrarre imprese e investitori.
Il crowdinvesting italiano tra 2025 e 2025
Il dato più immediato del report 2026 è la raccolta complessiva di 164,19 milioni di euro registrata tra luglio 2025 e giugno 2026. Rispetto alla rilevazione precedente sono venuti meno quasi 96 milioni di euro, una contrazione molto più marcata di quelle osservate negli esercizi passati: –36,8%.
Il grafico storico pubblicato dal Politecnico mostra una crescita pressoché continua dal 2020 fino al secondo semestre 2022, quando la raccolta semestrale aveva superato i 160 milioni di euro. I volumi sono rimasti elevati anche nel 2023, per poi iniziare a ridursi nel 2024. La discesa è diventata molto più evidente nel corso del 2025 e ha portato la raccolta del primo semestre 2026 poco sopra i livelli della prima metà del 2020.

Il confronto storico evidenzia anche un cambiamento nella composizione del mercato. Nei semestri di maggiore espansione, la raccolta era distribuita in modo più ampio tra lending immobiliare, lending generico ed equity non immobiliare. Nel 2026, invece, il mercato dipende in misura crescente dalle operazioni immobiliari, soprattutto equity, mentre gli altri comparti si sono progressivamente ridotti.
A rendere il fenomeno strutturale, quindi, non è soltanto l’entità della riduzione, ma la sua diffusione trasversale tra comparti.
Equity crowdfunding: il real estate sostiene un mercato in difficoltà
Tra il 1° luglio 2025 e il 30 giugno 2026, le campagne di equity crowdfunding concluse con successo hanno raccolto complessivamente 82,37 milioni di euro con un totale di 114 campagne chiuse con successo. Rispetto ai dodici mesi precedenti, la raccolta si è ridotta di circa il 28%.
Ma questo è solo il quadro generale. Se si osserva più da vicino, si nota che il mercato equity appare sempre più diviso in due segmenti con andamenti differenti. Le operazioni immobiliari conservano una buona capacità di attrarre investitori e importi elevati, mentre le campagne promosse da startup e imprese di altri settori mostrano un calo molto più profondo.
Equity crowdfunding non immobiliare
Le campagne equity non immobiliari hanno raccolto 26,96 milioni di euro tra luglio 2025 e giugno 2026, con una diminuzione di circa il 44% rispetto ai dodici mesi precedenti.
Il target medio delle campagne non immobiliari pubblicate nel periodo è stato pari a 178.479 euro. Escludendo anche i veicoli di investimento, le imprese hanno offerto in media l’8,23% del capitale, a fronte di una valutazione pre-money media di 3,38 milioni di euro.
Obiettivi di raccolta contenuti possono facilitare il raggiungimento della soglia minima in una fase di minore disponibilità degli investitori. Allo stesso tempo, però, mettono a disposizione delle imprese meno risorse per finanziare i loro piani di sviluppo e rischiano di generare un rapporto non sufficientemente positivo tra risorse da investire nella campagna di crowdfunding e risorse nette effettivamente ricavate dall’operazione.
La diffidenza degli investitori deriva anche dal fatto che nelle campagne aziendali generiche il rendimento è legato alla crescita futura della società, alla distribuzione di utili o al verificarsi di un’exit. Tempi e risultati sono difficili da prevedere, soprattutto quando l’emittente è una startup priva di una storia economica e finanziaria.
Equity crowdfunding immobiliare
Nello stesso periodo, le campagne equity immobiliari hanno raccolto 55,41 milioni di euro, con una flessione pari al 16,6% rispetto ai dodici mesi precedenti, molto più contenuta rispetto a quella osservata nelle operazioni non immobiliari.
Il real estate ha generato circa i due terzi della raccolta equity complessiva, pur rappresentando soltanto un quarto delle campagne pubblicate. La differenza dipende dalle dimensioni delle offerte: il target medio delle operazioni immobiliari è stato pari a 978.846 euro, oltre cinque volte quello delle campagne non immobiliari.
La maggiore tenuta può essere ricondotta alla struttura di queste operazioni. Una campagna immobiliare finanzia normalmente un progetto circoscritto, come l’acquisto, la costruzione o la riqualificazione di un immobile, e indica una durata prevista e una strategia di monetizzazione chiara. L’investitore può quindi valutare un’operazione legata a un bene riconoscibile e a un piano di vendita o messa a reddito.
Il peso delle operazioni immobiliari influenza anche le soglie di accesso. Nel 21,9% delle campagne equity pubblicate negli ultimi dodici mesi, il ticket minimo richiesto era pari ad almeno 5.000 euro. Il 18,4% delle offerte consentiva invece di partecipare con meno di 500 euro, mentre nel 21,1% dei casi la soglia era fissata esattamente a 500 euro.
Ticket più elevati permettono di raggiungere l’obiettivo con un numero inferiore di sottoscrittori e sono coerenti con operazioni immobiliari di dimensioni consistenti. D’altra parte, restringono la platea potenziale e riducono il peso dei piccoli investitori, allontanando in parte il mercato dal modello originario di raccolta distribuita tra una vera e propria “folla”.
Le società emittenti
Tra il 1° luglio 2025 e il 30 giugno 2026, il report ha censito 104 società emittenti nell’equity crowdfunding italiano. Il numero è inferiore alle 114 campagne pubblicate nello stesso periodo perché 18 imprese hanno condotto più di una raccolta.
Il loro profilo conferma un cambiamento già emerso negli anni precedenti: l’equity crowdfunding non è più uno strumento utilizzato prevalentemente dalle startup innovative, ma coinvolge soprattutto PMI ordinarie.
Per chi conosce le dinamiche del crowdfunding, non è una sorpresa: fare crowdfunding richiede un minimo di risorse e struttura. Se è vero che teoricamente tutte le imprese possono fare crowdfunding, è anche vero che alcune possono trarne maggiore beneficio di altre, e stanno iniziando ad accorgersene.
Delle 104 società che hanno pubblicato almeno una campagna equity negli ultimi dodici mesi:
- 53 erano PMI ordinarie, pari al 51%;
- 30 startup innovative, pari al 29%;
- 11 PMI innovative, pari al 10%;
- 10 veicoli di investimento, pari al restante 10%
Il crowdfunding per startup è sicuramente un’opportunità alternativa per sostenere le fasi di sviluppo iniziale, ma per le PMI si dimostra uno strumento di crescita ed espansione multifunzionale e con prospettive strategiche anche di medio-lungo termine.
La distribuzione geografica delle società emittenti resta fortemente concentrata nelle aree che dispongono degli ecosistemi imprenditoriali e finanziari più sviluppati, oltre che di una maggiore presenza di startup, investitori, incubatori, consulenti e piattaforme: Lombardia al primo posto, poi con significativo distacco Lazio ed Emilia-Romagna.
Infine, sottolineiamo che negli ultimi dodici mesi il 56,1% delle campagne equity ha proposto esclusivamente quote o azioni prive del diritto di voto. Il 14,9% ha offerto quote ordinarie con diritto di voto a tutti gli investitori, mentre nel 28,1% delle campagne questo diritto era riconosciuto soltanto oltre una determinata soglia di investimento.
La prevalenza delle quote senza diritto di voto è il principale strumento di tutela della governance per le imprese che fanno equity crowdfunding.
Lending crowdfunding ai minimi
Tra il 1° luglio 2025 e il 30 giugno 2026, le piattaforme italiane di lending crowdfunding business hanno erogato prestiti diretti per 77,55 milioni di euro. È un risultato nettamente inferiore ai volumi raggiunti durante la fase di espansione del mercato e rappresenta un calo del 45,4% rispetto al 2024-2025.
Negli ultimi dodici mesi sono state pubblicate 258 campagne (–29%), delle quali il 76,4% riguardava progetti immobiliari. La quota del real estate è aumentata rispetto al 74,8% della rilevazione precedente, nonostante anche questo segmento abbia subito una forte contrazione.
Le campagne pubblicate negli ultimi dodici mesi prevedevano una durata media del prestito di 16,5 mesi e un tasso di interesse annuale medio del 10,58%, in lieve aumento rispetto all’anno precedente.
Il rendimento in crescita risponde alla crescita dell’attrattività di altri tipi di investimenti a breve termine più liquidi e a una percezione del rischio più diffidente nei confronti del lending crowdfunding.
Il 29,5% delle campagne richiedeva un investimento minimo di 250 euro, mentre nel 28,7% dei casi il ticket partiva da almeno 1.000 euro. Il 7,8% delle offerte consentiva di partecipare con meno di 250 euro. Rispetto all’equity immobiliare, il lending conserva quindi una maggiore accessibilità per i piccoli investitori.
Real estate lending crowdfunding
Il lending immobiliare continua a concentrare oltre tre campagne su quattro. Il suo peso deriva dalla compatibilità tra le caratteristiche del prestito crowd e le esigenze dei progetti immobiliari, di cui abbiamo parlato in un articolo dedicato.
Negli ultimi dodici mesi, tuttavia, anche questo comparto ha perso una parte consistente dei volumi. La sospensione dell’attività di Recrowd, che rimane la prima piattaforma italiana per raccolta lending cumulata, ha inciso sul numero delle campagne disponibili. A questa situazione specifica si sono aggiunte le difficoltà incontrate dal settore immobiliare: aumento dei costi di costruzione, rallentamenti dei cantieri e problemi autorizzativi hanno modificato budget e tempistiche di numerosi progetti.
L’obiettivo medio delle campagne immobiliari pubblicate fra luglio 2025 e giugno 2026 è stato pari a 237.910 euro.
Lending crowdfunding non immobiliare
Le campagne non immobiliari hanno rappresentato il 23,6% delle offerte lending pubblicate nel periodo. In questo segmento il target medio è stato pari a 147.852 euro.
La sua minore diffusione può dipendere dalla maggiore difficoltà di presentare agli investitori retail progetti eterogenei e meno standardizzabili rispetto alle operazioni immobiliari.
Nel real estate, infatti, è normalmente possibile collegare il prestito a un immobile, a una durata prevista e a una strategia di vendita o messa a reddito. Nel lending aziendale, invece, l’investitore deve valutare soprattutto la capacità generale dell’impresa di generare flussi di cassa sufficienti a rimborsare capitale e interessi, elemento difficilmente accessibile ai non addetti ai lavori.
Ritardi e default: il problema della fiducia nel lending crowdfunding
L’elevato tasso di successo delle campagne lending non coincide necessariamente con il buon esito dell’investimento. Negli ultimi 42 mesi, il 99,2% delle raccolte ha raggiunto l’obiettivo; questo dato indica però soltanto che le imprese sono riuscite a ottenere il prestito richiesto, non che abbiano poi rimborsato capitale e interessi nei tempi previsti.
Sulla base delle informazioni comunicate dalle piattaforme più significative, per le operazioni avviate nel 2024 i tassi di default risultano compresi tra lo 0,65% e il 32,43%. Per quelle del 2025, l’intervallo va invece dal 6,51% al 37,65%. Nel calcolo vengono inclusi, secondo le indicazioni delle autorità di mercato, anche i pagamenti in ritardo da oltre 90 giorni.
La distanza tra il valore minimo e quello massimo è molto ampia. Non esiste quindi un unico tasso di default rappresentativo dell’intero lending crowdfunding italiano: i risultati dipendono dalla piattaforma, dalla tipologia dei progetti finanziati, dai criteri di selezione adottati.
Anche la stessa mancanza di dati chiari e distinti su ritardi, proroghe e default non aiuta la fiducia degli investitori.
Debt crowdfunding e minibond: un mercato che non riesce a decollare
Il report 2026 mostra che il collocamento di Minibond attraverso piattaforme di crowdfunding resta una componente marginale del mercato. Dopo un balzo in avanti dell’anno scorso, quest’anno la raccolta si attesta intorno ai 2 milioni di euro per semestre, senza mostrare un percorso stabile di crescita.
Tra il 1° luglio 2025 e il 30 giugno 2026, soltanto due piattaforme hanno pubblicato offerte di minibond:
- Fundera, con 8 emissioni concluse e una raccolta complessiva di 4,289 milioni di euro, oltre ad altre 6 emissioni ancora aperte alla fine di giugno;
- Crowdbond di Opstart, con 2 emissioni, entrambe ancora aperte al 30 giugno 2026.
La marginalità del comparto dipende dalla combinazione di più fattori:
- numero molto ridotto di piattaforme operative;
- maggiore complessità tecnica e documentale;
- platea limitata di imprese che possono rivolgersi anche agli investitori retail (solo le spa);
- scarsa familiarità degli investitori con uno strumento meno immediato del prestito diretto;
- necessità di emissioni sufficientemente consistenti da giustificare i costi dell’operazione.
Una possibile direzione di sviluppo è la tokenizzazione dei Minibond, cioè la rappresentazione digitale dei titoli attraverso tecnologie basate su registri distribuiti.
Secondo il commento di Fundera riportato nel report, la tokenizzazione può offrire maggiore tracciabilità, certezza della titolarità e più efficienza nell’eventuale circolazione dei titoli. Può inoltre ridurre i passaggi amministrativi e, in prospettiva, i costi collegati all’emissione e al trasferimento.
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Le piattaforme di crowdfunding in Italia
Al 30 giugno 2026 risultano autorizzate in Italia 37 piattaforme di crowdinvesting, contro le 42 rilevate un anno prima. La riduzione degli operatori iscritti all’albo si accompagna a una distanza crescente tra autorizzazione formale e attività effettiva: soltanto 30 piattaforme hanno pubblicato almeno una campagna tra luglio 2025 e giugno 2026.
Il numero delle licenze disponibili resta comunque elevato rispetto alle dimensioni attuali del mercato. Con una raccolta complessiva in forte contrazione, molte piattaforme devono contendersi un volume ridotto di campagne e investimenti, mentre sostengono gli oneri organizzativi e di controllo richiesti dalla normativa europea.
Rispetto al report precedente, è entrato nell’albo un solo nuovo operatore, Italfund. Non risultano invece più autorizzate BuildBull, BacktoWork, Rendimento Etico, Innexta, Ecomill e Tifosy.
Il report segnala inoltre due sospensioni:
- Recrowd, sospesa dal 31 luglio 2025 con un provvedimento della Banca d’Italia;
- Bridge Asset, sospesa il 16 giugno 2026 dalla Consob.
A questo si aggiunge la liquidazione di RE-Lender, i cui progetti sono stati trasferiti a EvenFi, e l’acquisizione di BackToWork da parte di Opstart. CrowdFundMe e WeAreStarting, infine, si sono aggregate con Smart4Tech all’interno del gruppo Entera.
Chiusure e aggregazioni mostrano un settore in fase di consolidamento, nel quale gli operatori cercano dimensioni maggiori, economie di scala e fonti di ricavo ulteriori rispetto alle commissioni sulle singole campagne.
Il Regolamento europeo ECSP, infatti, ha introdotto regole comuni e maggiori tutele per gli investitori, ma anche requisiti più impegnativi in materia di governance, procedure interne, valutazione dei progetti, gestione dei conflitti di interesse e trasparenza. Per le piattaforme con volumi limitati, sostenere questi costi in un mercato in calo può diventare difficile.
Nonostante la diminuzione del numero di piattaforme autorizzate e attive, l’Italia mantiene il secondo posto europeo per numero di operatori autorizzati, ma questo primato relativo non si traduce in una presenza significativa all’estero. Soltanto tre piattaforme italiane – Doorway, Ener2Crowd e Walliance – hanno richiesto di poter prestare servizi anche in altri mercati dell’Unione.
L’espansione transfrontaliera richiede infatti investimenti commerciali, competenze locali, comunicazione nelle diverse lingue e la capacità di attirare sia imprese sia investitori nei mercati di destinazione.
Le ragioni del calo del crowdinvesting italiano
L’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico prova a individuare le possibili cause di questo calo continuo del mercato del crowdinvesting italiano.
- Il peso dei costi degli adempimenti imposti da ECSP alle piattaforme di crowdfunding, che in Italia sembra avere un impatto maggiore sia per le modeste dimensioni degli operatori, sia per l’interpretazione più stringente delle norme da parte delle autorità nazionali nostrane, sia, ovviamente, per il mercato più limitato rispetto ad altri Paesi europei come la Francia.
- La crisi di fiducia: la fiducia è una risorsa essenziale per il crowdinvesting. Chi finanzia una campagna deve credere sia nella capacità dell’impresa di rispettare gli impegni, sia nella qualità della selezione e del monitoraggio effettuati dalla piattaforma. I tassi di default altalenanti del lending crowdfunding e le mancate exit dell’equity crowdfunding hanno minato questa fiducia.
- La competitività degli strumenti tradizionali: il crowdinvesting aveva conosciuto il suo massimo splendore in un periodo di tassi di interesse del mercato tradizionale molto bassi. Poi titoli di Stato, obbligazioni e depositi vincolati sono tornati a offrire remunerazioni apprezzabili, generalmente con maggiore liquidità o con un rischio più semplice da valutare rispetto agli strumenti crowd.
- La scarsa liquidità e la mancanza di un mercato secondario. Quelle del mercato secondario è una criticità antica, che però non è ancora stata risolta, nonostante alcuni timidi tentativi. L’attrattività dell’equity crowdfunding ne è fortemente penalizzata, dato che le prospettive di exit sono sempre lontane e incerte.
Il calo del mercato deriva quindi dall’interazione tra fattori esterni e limiti interni: regolamentazione più onerosa, problemi degli operatori, progetti in ritardo, maggiore concorrenza finanziaria e difficoltà nel proporre opportunità di uscita credibili. La ripresa dipenderà non soltanto dal contesto economico, ma dalla capacità del settore di migliorare selezione, trasparenza e qualità delle operazioni.
Gli investitori continuano a partecipare quando riescono a comprendere con sufficiente chiarezza:
- come sarà utilizzato il capitale;
- da quale attività dovrebbe derivare il rendimento;
- entro quali tempi può avvenire la monetizzazione;
- quali rischi possono compromettere il risultato.
Quali prospettive per il crowdinvesting in Italia
I dati del report 2026 non permettono di prevedere una ripresa rapida.
È probabile che il mercato sia entrato in una fase diversa rispetto a quella della crescita iniziale: meno piattaforme, un numero più contenuto di offerte e una maggiore attenzione alla sostenibilità finanziaria dei progetti e ai risultati effettivamente ottenuti dagli investitori.
Negli anni di espansione, l’andamento del crowdinvesting è stato misurato soprattutto attraverso il numero delle campagne e il capitale raccolto. Passata quella fase di “ebbrezza”, la realtà ha dimostrato che è necessario osservare anche ciò che accade dopo la chiusura dell’offerta, ovvero la capacità delle aziende di offrire un ritorno agli investitori.
Una possibile ripresa, dal punto di vista dei fattori endogeni, dipenderà soprattutto dalla capacità delle campagne già concluse di produrre i risultati promessi, dalla qualità delle nuove offerte e dalla capacità delle piattaforme di costruire modelli di business più integrati e sostenibili. La riduzione e la concentrazione dei portali sembra andare in questa direzione.
La novità del Fondo di Garanzia PMI applicabile anche al crowdfunding potrà rappresentare un nuovo supporto al mercato: la garanzia potrebbe ridurre una parte del rischio sopportato dagli investitori e facilitare la raccolta delle imprese. Ma questo non risolve i problemi della capacità delle imprese di crescere dopo il crowdfunding e rispettare le promesse.
Per il lending resta aperta anche la questione fiscale: finché ai rendimenti degli investimenti in lending crowdfunding non verrà applicata l’aliquota del 26% prevista per i redditi da capitale, anziché l’aliquota IRPEF, questi investimenti soffriranno di un trattamento diseguale che li rende meno convenienti.
Il rallentamento del mercato, infine, rende ancora meno realistica l’idea che basti pubblicare un progetto su una piattaforma per trovare investitori: una strategia di marketing mirata si conferma cruciale per qualsiasi impresa che voglia fare crowdfunding.
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