Come abbinare efficacemente work for equity e crowdfunding

Work fof equity e crowdfunding

Nell’evoluzione del panorama imprenditoriale, il concetto di work for equity sta rapidamente guadagnando terreno come strategia innovativa per compensare dipendenti, collaboratori e consulenti. Si tratta, in pratica, di un meccanismo che consente alle aziende – in particolare alle startup e imprese innovative– di remunerare il contributo dei professionisti offrendo loro quote, azioni o strumenti finanziari partecipativi anziché retribuzioni in denaro contante. Ma non solo: il work for equity può essere abbinato efficacemente al crowdfunding e, se usato nel modo giusto, può rappresentare una vera e propria fonte di guadagno per l’azienda. In questo articolo andremo quindi a vedere come sfruttare al meglio la sinergia tra questi due strumenti.

Disclaimer: Questo articolo non è in alcun modo equiparabile a un parere legale o finanziario. Prima di intraprendere qualsiasi azione, ti invitiamo quindi ad approfondire gli aspetti normativi relativi al work for equity e al crowdfunding. L’articolo, inoltre, è stato scritto facendo riferimento al contesto imprenditoriale italiano. 

Work for equity: di cosa si tratta?

In termini generali, il work for equity è quella pratica che permette alle aziende di remunerare dipendenti, collaboratori e consulenti offrendo loro quote, azioni o strumenti finanziari partecipativi della società, anziché una ricompensa in denaro. In altre parole, con il work for equity i professionisti non ottengono una remunerazione economica immediata, ma delle quote di partecipazione all’azienda che, se tutto va bene, frutteranno loro dei guadagni in un momento successivo. 

Si tratta di una soluzione pensata espressamente per le startup e le nuove imprese, dove le risorse finanziarie sono spesso limitate e i fondatori sono sempre alla ricerca di modi alternativi per attrarre i talenti chiave. Infatti, coloro che lavorano per equity diventano in parte proprietari dell’azienda, partecipando direttamente ai sui utili societari, e possono quindi beneficiare finanziariamente dal successo futuro dell’impresa. 

Il work for equity, inoltre, fa sentire i soggetti maggiormente coinvolti e motivati, migliorandone le performance. Infatti, se l’azienda cresce, cresce anche il valore delle loro quote e di conseguenza aumenta il guadagno che possono ottenere tramite la loro rivendita: un potente incentivo a fare le cose bene, dal momento che i lavoratori beneficiano in prima persona dei risultati raggiunti.

Come abbinare work for equity e crowdfunding

Il work for equity non è solo un mezzo per premiare dipendenti e collaboratori, ma può rappresentare anche un ottimo strumento complementare a una campagna SAFE o di equity crowdfunding, se usato nel modo giusto. In particolare, tramite un contratto di work for equity è possibile coinvolgere efficacemente una categoria di investitori che spesso non viene nemmeno considerata quando si tratta di raccogliere capitali, ma che invece può davvero fare la differenza nel successo della campagna: quella dei fornitori. 

Si tratta, in pratica, di proporre al fornitore la possibilità di investire nella società per cui lavora (tramite SAFE o equity crowdfunding) scambiando la remunerazione in denaro con la remunerazione tramite quote societarie (come vuole il meccanismo del work for equity). Fondamentale è aggiungere alla proposta anche un miglioramento del contratto, offrendo ad esempio l’esclusiva, un’estensione della durata o un aumento dell’importo. In questo modo il fornitore sarà molto propenso ad accettare dal momento che, oltre ad acquisire delle quote dell’azienda con cui collabora (e che per questo ha tutto l’interesse a far crescere), otterrebbe anche dei benefici del punto di vista lavorativo.

Il work for equity come strumento di business per la tua azienda

Nel paragrafo precedente abbiamo parlato di come utilizzare il work for equity nell’ambito di una campagna di crowdfunding per coinvolgere i fornitori, ma i vantaggi offerti da questa pratica non si fermano qui. Nelle prossime righe andiamo a vedere in che modo l’accoppiata work for equity e crowdfunding può rappresentare un vero e proprio strumento di business per la tua azienda, capace di generare maggiore valore societario.

La strategia è strutturata in tre fasi e prevede l’autosottoscrizione di quote proprie, un aspetto del work for equity che consente alle aziende di sottoscrivere, appunto, delle quote del proprio capitale per poi cederle agli stakeholder come premi/incentivi. [Nota bene: in Italia l’autosottoscrizione di quote è consentita esclusivamente nell’ambito di una strategia di incentivazione. Controlla sempre la tua normativa nazionale in merito per evitare possibili complicazioni legali.]

Nelle prossime righe vediamo come attuarla tramite un esempio concreto.

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Fase 1: autosottoscrizione delle quote al valore nominale

La società XY decide di sottoscrivere delle quote proprie con l’intenzione di utilizzarle in futuro per premiare/coinvolgere i propri fornitori. Nello specifico, l’azienda sottoscrive quote per il 15% del suo capitale sociale, pari a 10.000€. Il valore delle quote sottoscritte è dunque di 1500€ (corrispondente al valore nominale, ovvero al valore del capitale sociale).

Fase 2: lancio del crowdfunding

Con il passare del tempo, le quote aumentano di valore. A questo punto, la società XY lancia un round di crowdfunding. In base alle analisi effettuate, il valore premoney, ovvero il valore stimato della società prima del crowdfunding, è di 1.500.000€. Con il crowdfunding la società arriva a raccogliere 300.000€ e si ritrova dunque con un valore postmoney di 1.800.000€ (ovvero valore premoney + capitale raccolto).

Fase 3: cessione delle quote agli stakeholder

A questo punto, la società potrà utilizzare le quote che aveva precedentemente sottoscritto per attuare il suo piano di incentivazione verso collaboratori e fornitori, che prevede la cessione delle quote in cambio di lavoro (secondo il principio del work for equity). Ed è qui che si compie la vera magia: il valore delle quote, acquisite durante la fase 1 al valore nominale, verrà ora determinato in base alla valutazione post-money e sarà dunque nettamente superiore. Grazie a questa strategia, in pratica, la società si ritroverà ad avere un margine di trattativa decisamente migliore rispetto a quello che avrebbe avuto se avesse ceduto le sue quote subito dopo la sottoscrizione.

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